Tragedia di Trebaseleghe: su Alessandro Pontin avevamo ragione noi

La terribile tragedia di Trebaseleghe, poco più di una settimana fa, ha scatenato una ridda di commenti inferociti e criminalizzanti contro gli uomini e i padri da parte di tutti i media mainstream e dei loro burattinai delle lobby e della politica femminista. La vicenda: Alessandro Pontin, separato dalla moglie da 11 anni, ospita i suoi due figli minorenni durante il suo turno di affido. Nella notte li uccide con una ferocia terrificante, colpendoli alla gola con un coltello, per poi usare la stessa arma contro se stesso, tagliandosi carotide e giugulare. Un vero delirio omicida, una modalità concepibile forse in qualche film dell’orrore a tema demoniaco. Tutto talmente estremo che sarebbe d’obbligo tentare di trovare in esso una spiegazione il più razionale possibile su cosa abbia spinto l’uomo a tale ferocia.

Nel dibattito pubblico però questo non accade: come abbiamo registrato poco dopo il fatto, ogni tentativo di trovare una spiegazione viene stroncato e ci si limita ad additare Pontin come un mostro spinto solo dal desiderio di farla pagare all’ex moglie. Non avrebbe tollerato che lei, dopo undici anni, si fosse rifatta una vita, questa è l’interpretazione. Eppure più di una cosa non torna: dopo undici anni anche il più cocciuto degli uomini si mette il cuore in pace. In più Pontin si era rifatto ugualmente una vita, aveva una nuova compagna e tirava avanti come poteva con il suo lavoro da palchettista, unitamente alla sua passione per alcune discipline orientali. Insomma non sta in piedi che abbia massacrato i figli e si sia poi suicidato “per far dispetto all’ex moglie”. Poco dopo il fatto, noi de “La Fionda” siamo gli unici a dirlo, subito accusati dai minorati del web e dalle loro cattive maestre del femminismo, di trovare “giustificazioni” al delitto.

Vera Slepoj
Vera Slepoj

“La madre, per caso, ha costruito una figura negativa attorno al padre?”.

Eppure la stessa versione dell’ex moglie, che corre al primo microfono disponibile per affrettarsi a dare la propria versione, invece di fugare, rafforza i dubbi. Risulta che la nuova compagna di Pontin l’avesse accusata di voler rovinare l’uomo con le sue denunce sul mancato pagamento dell’assegno di mantenimento. Pontin in effetti non riusciva a pagare il pizzo periodico cui un giudice l’aveva obbligato e aveva raccolto denaro un po’ da chiunque per chiudere le pendenze precedenti. Un tratto comune a migliaia di uomini separati in Italia e nel mondo. Per questo, ancora, non si scorgono margini sufficienti a far scattare una furia distruttiva come quella che l’ha portato a uccidere i figli e poi a suicidarsi. Riflessioni che nessuno fa e, grazie al battage mediatico e internettiano, la vicenda viene archiviata dall’opinione pubblica come quella dell’ennesimo uomo “che non si rassegna” e che perciò diventa assassino.


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Intervengono, giorni dopo, soltanto testate locali a dare notizia del fatto che i nostri dubbi sono ben fondati. Abbiamo sostenuto che Pontin abbia agito in quanto privato di ogni dignità, messo alle strette, umiliato in parte dalla vita, in parte dall’ex. Non avevamo preso in considerazione un altro possibile aspetto, che viene sottolineato dalla nota psicoterapeuta Vera Slepoj: “non ha protetto i suoi stessi figli, vuole dire che li vedeva come suoi nemici”, riflette, facendo riferimento ad altri casi dove il figlicida usualmente seda le sue vittime prima di ucciderle, per evitare loro il dolore. Questo induce l’esperta a farsi una domanda chiave: “la madre, per caso, ha costruito una figura negativa attorno al padre?”. Non la nomina apertamente, forse per non attirarsi le ire funeste delle solite note, ma il suo riferimento qui è a condotte di alienazione da parte materna atte a rendere Pontin odioso agli occhi dei suoi figli. La Slepoj ipotizza insomma l’esistenza di una conflittualità creata strumentalmente che, insieme a una serie di altre problematiche pregresse dell’uomo slegate dagli aspetti separativi, è sfociata in un delitto atroce.

Alessandro Pontin
Alessandro Pontin

Che sia tutta fuffa ne danno notizia solo media locali.

Alienazione: un genitore che manipola la mente dei figli affinché questi giungano a odiare l’altro genitore del suo stesso odio, anzi magari ancora più feroce. Una realtà dei fatti negata da alcuni, ma palese e accertata per la maggioranza degli altri. Pontin, per questioni che andrebbero accuratamente ricostruite, non era persona del tutto equilibrata, pare chiaro. Secondo la Slepoj aveva un bisogno assoluto di conferme e approvazioni da soggetti terzi e anche per questo si era votato a discipline orientali specifiche per assistere il prossimo (da cui avrebbe quindi ottenuto riconoscimento e gratitudine). Trovarsi di fronte il sangue del proprio sangue radicalmente ostile non ha sicuramente giovato all’equilibrio di una psiche già fortemente provata se non compromessa. In altre parole siamo lontani anni luce dal movente dichiarato, denunciato e imposto dalla narrazione femminista dominante, che ha strumentalizzato la tragedia per tirare acqua al proprio mulino ideologico.

Che sia fuffa lo provano altri aggiornamenti dei media locali. Solo “Venezia Today” riporta che quella dei dissapori con l’ex moglie “è una versione che non convince gli investigatori”. L’importante, per le amministratrici delegate della “Antiviolenza srl” è che quella versione convinca tutta l’opinione pubblica. Ma c’è anche un altro aspetto cruciale e più nascosto nella versione più diffusa: la negazione totale della sofferenza maschile. Alessandro Pontin era senz’ombra di dubbio un uomo sofferente, minato da insicurezze e squilibri, bisogni e aspettative in gran parte frustrate. Sulla sua strada ha trovato, dal lato istituzionale, soltanto un giudice che gli ha ordinato di pagare. E ogni altro supporto che avesse potuto cercare (psicologo, psichiatra, assistenza per trovare un lavoro migliore) sarebbe stato ugualmente a pagamento o inesistente anche pagando. Questo perché in Italia l’uomo che soffre un qualunque tipo di disagio è lasciato solo, ogni struttura presente è dedicata soltanto alle donne. Parte della narrazione che si vuole affermare è che soltanto la sofferenza e il disagio femminile contano, quelli maschili sono irrilevanti. Anzi se aumentano è meglio: aumenteranno le tragedie come quelle di Trebaseleghe, permettendo di alimentare ancora quella stessa narrazione tossica. Un circuito vizioso che non può ancora reggere a lungo il peso di essere concausa di tragedie di questo tipo.

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