Molestie sul lavoro: da “L’Espresso” a Linda la mistificazione non cambia

Oggi parliamo de “L’Espresso” e di Linda. Il periodico che non ha mai nascosto la sua piena adesione al femminismo suprematista, vittimista e frignone, è partito con una nuova iniziativa, accompagnata dall’immancabile hashtag: #lavoromolesto. Stando a quanto dichiara, la redazione riceverebbe montagne di messaggi di donne vittime di orride molestie a sfondo sessuale sul posto di lavoro. Non palpeggiamenti o profferte indecenti, che pure per carità esistono (la mamma degli imbecilli è sempre incinta), ma la sensazione, talvolta la certezza, che colleghi di ogni livello, capi compresi, si intrattengano in apprezzamenti o disprezzamenti sulle colleghe, spesso all’interno di chat private. Si tratta naturalmente della solita tempesta mediatica in un bicchiere d’acqua: a partire da presunte segnalazioni, si traggono conclusioni generali relative alla reale considerazione delle donne sul lavoro, alla maschilità tossica che impregna tutti gli uomini e così via. Sciocchezze. Ogni gruppo d’uomini, dacché esiste l’umanità, fa commenti e osservazioni sulle appartenenti all’altro sesso, e li fa da par suo, ovvero da genere che per sua natura desidera il sesso opposto (anatema, che cosa orribile!). Il fatto è talmente normale e risaputo da aver meritato una formula specifica: “discorsi da spogliatoio” (o “da camerata”, a seconda). I neopuritani de “L’Espresso” in salsa non-un-neurone-di-meno inorridirebbero a sentire cosa si dice negli spogliatoi dei campetti di periferia, tra omaccioni sudati e pelosi che, mentre sproloquiano di tette e culi altrui, si guardano i piselli di sottecchi per vedere chi ce l’ha più lungo. Dio che orrore il maskio e la sua natura, così orientata alla pulsione sessuale verso la donna e che, praticamente solo a seguito di quella pulsione, ha costruito storicamente un intero mondo attorno alla donna, per proteggerla, servirla, renderle la vita più sicura e comoda. Vero?

È il solito piagnisteo, da un lato. E dall’altro un nuovo pretesto per dare addosso all’ebreo del nuovo millennio, anche a costo di comunicare concetti privi di senso. Secondo la nuova iniziativa de “L’Espresso”, infatti, le assunzioni vengono fatte sulla base di tette e culi, e così le promozioni e la valorizzazione delle donne sul lavoro. Vero che il sex appeal è in grado di rendere beoti taluni uomini, ma davvero si vuole credere che un imprenditore preferisca assumere una gnocca incapace invece di una cozza super-preparata e produttiva? L’imprenditore o dirigente che facesse questo tipo di scelta vedrebbe nel medio periodo la propria azienda andare a bagno, e in quest’ottica sarebbe cosa buona e giusta, secondo le leggi della selezione naturale del mercato. Per rimanere nel quale serve essere competitivi, non sexy. Ma non è tutto: il preconcetto è che certi discorsi, certe chat, certi “spogliatoi” siano soltanto maschili. Ipocrisia spudorata. Qualunque donna un minimo sincera può testimoniare di cosa si dice nei gruppi di amiche, negli spogliatoi della pallavolo, nelle chat tra colleghe. Roba che Sodoma e Gomorra a confronto erano parchi di divertimento. Il fatto è che non si può dire, sennò salta il meccanismo di criminalizzazione dell’uomo e vittimizzazione della donna. Ma soprattutto il fatto è che a parti invertite la questione non fa alcuno scalpore, semplicemente perché viene giudicata normale e naturale. L’uomo che sapesse di essere oggetto di apprezzamenti in una chat di colleghe, ne sarebbe probabilmente e giustamente lusingato. Salvo scoprire che è apprezzato per la sua auto, la sua casa, il suo stipendio e il suo portafogli più che per la sua bellezza esteriore e la sua personalità, ma questo è un altro discorso.

molestie sul lavoro

Il sex appeal come debolezza o come potere?

Al di là della solita iniziativa ipocrita del solito giornaletto ideologicamente schierato, ciò che fa più impressione è l’adesione all’iniziativa per come emerge dai social media. Ci sono alcune immediatamente pronte ad agganciare la propria carrozza al treno in partenza, nell’ansia di avere visibilità e più follower. In questo senso ci viene segnalata la posizione di tale Linda, che su Twitter posta una sua lunga riflessione sul tema. «Piccola riflessione sulle molestie sul lavoro, la cultura dello stupro, le chat di soli uomini nelle aziende», commenta, allegando un lungo testo in formato immagine. L’aggancio all’iniziativa de “L’Espresso” è evidente, come tattica mediatica, ma anche e soprattutto nei contenuti, che sono nella prima parte uno specchio di quanto spiattellato dal periodico del ben noto “Gruppo GEDI”. Dice, la “simpatica canaglia” (così definisce se stessa nella bio di Twitter), che lei stessa con i suoi occhi ha letto le chat incriminate di questi bruti che danno i voti ai culi e alle tette delle colleghe. Le ha lette lei, capito, quindi dobbiamo crederci (believe women!). Da qui parte uno spin-off interessante perché diverso da quello de “L’Espresso”: tu, uomo lavoratore, si chiede Linda, dove lo trovi il tempo per parlare di cosa faresti alla collega o alla stagiaire? Forse che lo rubi al tuo tempo lavoro, con la complicità del tuo capo, ugualmente partecipe di quest’orgia maschilista? Qui il messaggio è interessante, sia per come si costruisce fantasiosamente un mondo dal nulla, sia per il senso sottinteso: gli uomini non lavorano, o meglio lavorano meno e peggio delle donne, che non perdono tempo in chat valutative a sfondo sessuale. Balle, lo si è detto, lo fanno eccome e usualmente le loro chat pullulano in aggiunta di critiche feroci su questa o quell’altra collega, cui hanno sorriso cinque minuti prima, per il nuovo taglio di capelli, perché è ingrassata, per come si veste, eccetera. Roba che noi maschiacci non facciamo. In ogni caso: diverse pulsioni, ma timewasting identico rispetto al lavoro.


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Dal piano simil-sindacale, poi, la nostra Linda scivola sul piano “etico” (così lo chiama lei, novella Kant) e chiede ai lettori e al mondo come può sentirsi una donna che sa di essere oggetto di apprezzamenti o disprezzamenti dai colleghi. Partendo da questo assunto, di nuovo la simpatica Linda costruisce tutto un mondo teorico per trarre una conclusione laconica e netta. Come può sentirsi una donna in quelle condizioni? Male. Be’, non siamo d’accordo. Per due motivi, uno logico e uno statistico. Quello logico è che, di norma, la donna non sa di essere oggetto di valutazioni estetiche da parte dei colleghi, a meno che qualche collega cicisbeo e ruffiano non glielo riveli. Occhio non vede, cuore non duole. E se per caso duole anche non vedendo, ovvero se qualcuna vive con l’ossessione di essere guardata e valutata sessualmente, prima di rivolgersi a un centro antiviolenza o scrivere giaculatorie su internet a nostro avviso farebbe bene a investigare il proprio vissuto e l’autopercezione del proprio essere donna, magari insieme a uno psicologo o meglio ancora a uno psichiatra. È un po’ come il pensiero della morte: tutti sappiamo di dover morire, ma non ci pensiamo in ogni momento, anche perché altrimenti ci friggeremmo il cervello. Ogni donna, se è cosciente di ciò che è, sa che può essere oggetto del desiderio maschile, ma se passa l’esistenza a pensarci e a temere la cosa, anche a lei è inevitabile che si frigga il cervello. Il motivo statistico è presto detto: ci saranno sicuramente donne che vivono male l’idea che al lavoro qualcuno le valuti e le desideri, ma ce ne sono altrettante che non solo se ne sentono lusingate, ma ne traggono anche ampio vantaggio. Sono quelle che quando chiedono un aumento si presentano in minigonna mozzafiato, o quelle più disinvolte che spostano di tanto in tanto la propria postazione di lavoro sotto la scrivania del capo, pensando a come denunciarlo poi per violenza sessuale nel lasso di tempo previsto dalla legge. Insomma esistono anche donne che sono coscienti di quel loro potere e, più che legittimamente, lo usano.

twitter profilo linda

Un genio del marketing e dell’autoimprenditoria?

La chiusa di Linda è poi il solito climax retorico vittimista, quasi un inno standard del femminismo: donne forzate a stringere mani, a essere disponibili e carine anche se disgustate da questi orridi maschi, che dovrebbero essere tutti licenziati e invece sono sempre lì; donne che pagano sempre tutto, da sole, con «mobbing, ricatti, minacce di denuncia (sì, dice proprio così Linda…), il licenziamento, gli esaurimenti nervosi, i traumi, la terra bruciata attorno». E le cavallette, la peste, i fiumi di sangue… Non manca la formula standard «trattate come pezzi di carne esposti al bancone del supermercato». Dev’esserci un prontuario apposta dove tutte queste formule sono elencate e catalogate per un un uso facile e immediato. L’apice del climax lo si tocca con l’ultima frase, dove Linda simula la tipica sequenza di pensieri di una donna a suo dire vittima di questo clima maschilista, patriarcale, tossico e da cultura dello stupro, e che a ben vedere è invece la sequenza di pensieri di una donna con molti problemi con se stessa e con il resto del mondo: «Ma sarò abbastanza qualificata per questo lavoro? Mi hanno presa perché sono figa? O perché sono cessa? Ma forse non sono adatta a questo tipo di environment? Forse me la prendo troppo? Forse me la prendo troppo poco? Ma il prossimo datore di lavoro sarà così? Parlerà delle mie tette coi suoi colleghi dopo che mi avrà fatto il colloquio, mettendo le mie foto su una chat?». Un bel repertorio di quello che, con dolcestilnovo maschilista, dicesi seghe mentali di una persona profondamente problematica. O, come nel caso della nostra Linda, di una rappresentante eminente del sofismo femminista, che con testi del genere è capace di condizionare profondamente la mente delle donne che li leggono, specie giovani e giovanissime. È così che normali dinamiche umane, proprie di uomini e donne, diventano motivo di lamentazione isterica e rivendicazione ossessiva di uno “spazio sicuro” e riservato per un genere solo (cioè privilegi), descritto per sua stessa natura vittima.

Lo sforzo di Linda, 500 follower (pochissimi su Twitter) pur essendo piuttosto carina, va rispettato per diverse ragioni. Se è un modo per avere più attenzione mediatica, allora è corretto congratularsi con lei: agganciarsi a un’iniziativa lanciata da un grande e diffuso periodico è una tattica intelligente, che su questo tipo di mistificazioni può funzionare molto bene. Ma soprattutto il suo sforzo va rispettato perché è il perfetto corrispondente dell’iniziativa de “L’Espresso”, interpretato però su un livello comunicativo diverso, espresso da un soggetto privato e su un social media. Ragionando platonicamente, ciò che diffonde “L’Espresso” è l’idea perfetta e iperuranica, ciò che diffonde Linda è quella stessa idea applicata nel mondo reale, una mimesi che si sforza di tener dietro al modello perfetto sovrastante, acquisendone tutte le caratteristiche. Mistificazione ideologica in grande quella de “L’Espresso”, dunque, e mistificazione ideologica di dettaglio quella di Linda: ciò che viene messo artatamente in luce nell’uno, viene messo in luce artatamente anche nell’altro, e ciò che resta nell’oscurità nell’uno, resta nell’oscurità anche nell’altro. Stessa struttura, identica. Ma cosa resta nell’oscurità? Be’, per non spendere troppe parole, è sufficiente scorrere il profilo Twitter della nostra amica Linda per capirlo. Lei che con tanto cuore ha denunciato la cultura dello stupro dilagante e i «pezzi di carne esposti al bancone del supermercato», solo l’8 dicembre scorso twittava ciò che vedete qui di seguito. La natura del femminismo e delle sue rivendicazioni: non olio su tela, ma pecorina su Twitter (e OnlyFans per farci grana sopra).

Linda twitter

Che Linda abbia fatto il suo pippozzo femminista in contraddizione alle sue attività imprenditoriali su OnlyFans apposta per creare polemica e attrarre più follower o clienti? Può essere. Nel qual caso sarebbe la prova provata che dietro a un gran bel culo può tranquillamente esserci un genio del marketing e dell’autoimprenditoria basata sullo strapotere sessuale femminile.

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