Il CAV “Carmela Morlino” (Foggia): un caso paradigmatico

Prima di raccontarvi la vicenda del centro antiviolenza “Carmela Morlino” di Foggia, è utile richiamare brevemente quali siano a nostro avviso gli elementi critici connessi proprio ai centri antiviolenza. Essi sono, nella gran parte, costituiti come associazioni: finché non si definirà la riforma del “terzo settore”, si tratta dunque di strutture “leggere”, esentate da ogni tipo di vincolo o controllo, sia operativo che finanziario. Si tratta di una grave anomalia nel momento in cui ricevono molto denaro pubblico. Essi possono prestare servizio soltanto a donne e in essi possono essere impiegate soltanto donne. In quanto associazioni, chi vi è impiegata dovrebbe operare in termini volontaristici, eppure non c’è centro antiviolenza che, in modo surrettizio (come rimborsi spese) o diretto (vere e proprie dipendenti), non abbia al suo interno personale pagato. Tutte queste caratteristiche rendono i centri antiviolenza un perfetto collettore di clientele politiche e, a nostro (malizioso) avviso, anche di rapporti molto poco chiari con la politica. Nonostante queste anomalie, o forse proprio a causa di esse, i centri antiviolenza pullulano in Italia, ben oltre il reale fabbisogno. A giustificare la loro esistenza e diffusione viene la narrazione mistificata, prevalentemente emozionale (cioè non supportata da dati reali) o basata su statistiche non verificabili (i dati del 1522) sulla violenza contro le donne in Italia. Dilagante per chi ha interessi in quel tipo di business, minimale per chi guarda i dati reali. I primi ritengono irrinunciabili i centri antiviolenza, i secondi (tra cui noi) ritengono che il denaro pubblico speso per essi potrebbe essere meglio destinato a famiglie bisognose o a servizi di assistenza antiviolenza direttamente inglobati nei servizi pubblici (ASL).

Nel corso del tempo abbiamo esibito dati, fatti e argomenti a sostegno del nostro, che può apparire un punto di vista particolarmente malmostoso, da “maschi arrabbiati” o da “maschilisti tossici”, ma che tale non è. Lo dimostra per l’appunto la vicenda del centro antiviolenza “Carmela Molino” di Foggia, di per sé e per come viene raccontata. Il problema nasce dal fatto che a fine settembre scade l’affidamento del servizio che l’amministrazione comunale aveva attribuito al consorzio Opus e alla cooperativa Aporti, le entità sotto cui il centro antiviolenza operava. A fronte dell’imminente scadenza, il Comune ritarda nella pubblicazione del nuovo bando di assegnazione, un appalto a 12 mesi, di cui non siamo però riusciti a conoscere l’ammontare economico. Di fatto, il centro antiviolenza “Carmela Molino”, senza la proroga prevista, rischia di dover interrompere le attività, il «fiore all’occhiello» della città, così lo chiamano le operatrici che ci lavorano da quattro anni, rischia di chiudere. L’eccellenza della città pugliese non sono dunque la sua basilica o il vicino parco nazionale, no: è il suo centro antiviolenza… Che ora si mobilita per non chiudere ovviamente. Sarebbe strategia intelligente, a questo scopo, snocciolare al Comune i numeri relativi ai risultati ottenuti in anni di attività: tot donne che hanno chiesto aiuto, di queste tot sono state portate fuori dal disagio grazie ad azioni concrete del centro antiviolenza, il tutto corroborato con prove e testimonianze concrete. A fronte di numeri importanti, il Comune non potrebbe e non dovrebbe girarsi dall’altra parte, anzi sarebbe suo compito prendere atto della funzione essenziale del suo centro antiviolenza cittadino.

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Il centro antiviolenza “Carmela Morlino” di Foggia

Una strategia elementare ed efficace.

Curiosamente, invece, la strategia di protesta adottata è diversa. Il centro delle rivendicazioni è imperniato sui posti di lavoro. È su questo aspetto che le operatrici spingono per indurre la municipalità a prorogare il servizio. La priorità è insomma quello stipendio che, a rigore, trattandosi di un’associazione, non dovrebbe proprio esserci. Il vil denaro non dovrebbe entrare in queste attività, dovrebbe essere tutto basato sulla spinta etica all’aiuto per le “sorelle” in difficoltà. Invece pare che così non sia. Lo conferma il fatto che una prima bozza di bando proposta dal Comune ha suscitato le ire delle operatrici perché prevedeva anzitutto una riduzione delle operatrici al soldo del centro antiviolenza, ma soprattutto il requisito di cinque anni di esperienza per potervi operare. Problema: le operatrici attuali di anni di esperienza ne hanno soltanto quattro. «In questo modo non si tiene conto della formazione e dell’importanza della continuità in un ambito così delicato», protestano, in quella che, da impegno contro la violenza di genere, pare diventare subito una lotta meramente sindacale, capace di svelare un’ulteriore anomalia tipica dei centri antiviolenza. Per legge, l’unico requisito per lavorare in uno di essi è essere donna, punto. In un paese normale verrebbe richiesto un livello professionale ed esperienziale specifico e di peso, data la delicatezza della materia. In Italia no: si imbarca chiunque a lavorare in un centro antiviolenza. Altrimenti come potrebbe scattare il meccanismo da serbatoio clientelare politico?


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Insomma che, se chiusura non sarà, per il centro antiviolenza foggiano, in ogni caso avrà luogo un netto ridimensionamento del personale interno e un cambio della guardia per le operatrici prive dei requisiti. Lo ripetiamo, a scanso di equivoci e a costo di apparire noiosamente razionali: basterebbe davvero poco a costoro per mettere il Comune alle corde. Una semplice tabella Excel con in una colonna i dati di chi ha chiesto aiuto e nell’altra quelle portate fuori dal disagio grazie al supporto dato, con documentazione comprovante relativa, il tutto rapportato alla popolazione femminile foggiana, e in chiusura un semplice calcolo percentuale. Invece no. Eppure sarebbe interessante capire, su un totale di circa 76 mila donne (dagli 0 ai 100 anni) di Foggia, quante ogni anno si sono presentate al centro antiviolenza chiedendo aiuto vero (non informazioni o quattro chiacchiere) e quante di esse sono state concretamente portate fuori pericolo dall’attività del centro antiviolenza. Con numeri che sicuramente saranno di straordinaria emergenza (si sa che gli uomini foggiani sono ferocissimi) e di grande efficacia, il Comune avrebbe ben poco da dire, se non che del centro antiviolenza “Carmela Molino” in città c’è bisogno più che dei panifici o delle farmacie, dunque guai a toccarlo. Davvero curioso che le operatrici, ora prioritariamente preoccupate del proprio posto di lavoro, non arrivino a concepire questa elementare ed efficacissima strategia.

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Il sistema dei centri antiviolenza prospera anche così.

Curioso per gli ingenui, in realtà. Ovvio per noi. I numeri portati sarebbero risibili. Risulterebbe un numero di accessi pari allo zerozerovirgola sulla popolazione femminile foggiana e di esse un probabile 0% portato fuori dal disagio grazie al centro antiviolenza. Da quel lato a operare davvero sono i servizi sociali (pubblici), le forze dell’ordine (pubbliche) e la magistratura (pubblica). I centri antiviolenza sono solo un elemento privatistico parassitario che si infiltra nella filiera drenando un bel po’ di risorse pubbliche da destinare a stipendi che poi diventano voti. Ma lo schema non è ancora completo: il centro antiviolenza, per tutelare i propri posti di lavoro, un argomento da opporre al Comune dovrà pure trovarlo. Non potendo affidarsi ai dati, cioè al cervello, si affida alla pancia, l’organo di riferimento quando si tratta della retorica dell’Antiviolenza Srl. Ed ecco che parte, indirizzata al Comune e debitamente rilanciata dai media, una missiva “col cuore in mano”, scritta, va detto, con particolare perizia letteraria. Non foss’altro, queste sanno scrivere con il dovuto patetismo colpevolizzante, formate come sono dalla letteratura in rosa che va per la maggiore. Qualche brano, per rendere l’idea: «Quando sono le botte a scandire il tempo delle tue giornate», «l’unica suspense è l’ordine con cui seguiranno le offese, gli schiaffi, le umiliazioni», «sopravvivi anestetizzata dal tuo stesso dolore». E avanti così per righe e righe di narrazione strappacore, raccontando la vicenda non si sa bene di chi. Ma poi arriva il drop, il momento risolutivo (musica hollywoodiana in sottofondo): «Poi ti arriva tra le mani un numero, quello del centro antiviolenza»… Eccolo, il deus ex machina, l’evento risolutore, il supereroe che raccoglie la fanciulla che precipita. Ed ecco allora che «in te si insinua il più bello dei dubbi: forse c’è una via d’uscita».

Potete leggere altri estratti da questo capolavoro di drammaturgia in questo articolo, che riporta la missiva quasi integralmente. Lo diciamo con estrema sincerità: tanto carenti sono questi soggetti di dati oggettivi attestanti la loro indispensabilità e l’utilità reale della loro azione, quanto sono dotati di talento espressivo, in termini di un patetismo vittimizzante (per loro) e colpevolizzante (per chi legge). Chapeau, davvero. Scartafacci degni della più ispirata Liala come quelli corrispondono alle lacrime a comando con cui molte donne ottengono ciò che vogliono dai propri uomini e più in generale sono quel dito puntato contro un intero genere grazie al quale nell’ultimo decennio si è determinato uno sbilancio aberrante tra uomini e donne. «È così difficile convincersi che la vita possa esistere senza di lui, senza la sua brutale violenza», scrivono le operatrici del centro antiviolenza al Comune, cercando di far credere che la popolazione foggiana maschile sia costituita nella sua interezza di selvaggi fuori controllo, roba che i talebani afghani dovrebbero andare a farci tirocinio. Il sottotesto è: tu, Comune, vuoi lasciare le donne di Foggia in balia di cotanta barbarie, mettendo a rischio i nostri posti di lavoro. Questo è il meccanismo. Un meccanismo logico e ovvio nell’era della femmina, ovvero nell’era dell’emotività, che ha posto il cervello all’ammasso e la razionalità in discarica. Niente dati, niente fatti, solo mani su un cuore rappresentato come dolorante e tormentato, come una madonnina lacrimante sangue, e un dito puntato a suscitare in altri il più lacerante dei sensi di colpa. Non dubitiamo che, con questa strategia, il comune di Foggia cederà: oggi le amministrazioni, come molti altri soggetti, agiscono sotto questo tipo di ricatto emotivo. Ed è solo così che un’anomalia assoluta come il sistema dei centri antiviolenza continua a prosperare indisturbata e fiorente in tutto il Paese.

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