I giudici di Roma rigettano (spazientiti) il ricorso di Laura Massaro

Quando scrivono sentenze e decreti, usualmente i magistrati sono piuttosto compassati e distaccati. Viene ad essi insegnato fin dall’inizio a esprimersi in modo non ambiguo o fraintendibile: nei dispositivi non deve essere possibile “leggere tra le righe” qualcosa di diverso da quello che effettivamente c’è scritto. In questo ci sono giudici abili e meno abili, molto dipende anche dalla materia che sono chiamati a disciplinare. Ci sono casi in cui si percepisce nettamente il sentimento che muove la loro penna, in cui si sente cosa gli sta passando per la testa. Il dispositivo che aggiunge un nuovo capitolo alla saga interminabile e paradossale dello scontro tra Laura Massaro e Giuseppe Apadula ne è un esempio. Si tratta dell’ordinanza non impugnabile emessa il 2 novembre scorso dalla Corte d’Appello di Roma, sezione Persona e Famiglia – Minorenni, in risposta al ricorso presentato da Laura Massaro e dai suoi legali contro il decreto del Tribunale dei Minori di Roma del giugno scorso, che sembrava aver posto fine alla lunghissima diatriba. Quel decreto intendeva chiudere definitivamente la vicenda: disponeva infatti la decadenza della Massaro dalla responsabilità genitoriale, disponeva l’allontanamento del figlio minorenne dalla sua influenza, giudicata dannosa, per un collocamento transitorio in casa famiglia che poi, con il sostegno di un percorso psicologico, avrebbe ricondotto il giovane sotto la più ragionevole e protettiva ala paterna.

Quel decreto era a tutti gli effetti una mazzata pesantissima sull’intera strategia della Massaro e delle sue sostenitrici, una ampia rete di centri antiviolenza, associazioni femministe, agenzie di stampa e personaggi politici di spicco. Una strategia condannata anche dal lato mediatico. Il Tribunale dei Minori di Roma, infatti, oltre a decretare nei fatti l’inadeguatezza dell’azione materna, trasferiva gli atti alla Procura di Roma perché facesse le sue valutazioni sulla «condotta della sig.ra Massaro Laura e del Servizio Sociale di Roma Municipio X relativamente alla mancata esecuzione dei precedenti provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria, nonché la trasmissione del decreto al Garante per l’Infanzia per quanto di competenza in ordine all’esposizione mediatica del minore in corso da anni». Dunque non solo profili di dannosità genitoriale, ma ipotesi di veri e propri reati, sulla cui sussistenza il Tribunale dei Minori chiamava la Procura a esprimersi. Chiaro che, con un dispositivo del genere sulle spalle, la Massaro e i suoi legali tentassero la strada del ricorso, da un lato. Meno comprensibile e condivisibile, dall’altro, la strategia utilizzata nella pratica: a partire dall’emissione del decreto di giugno, Laura Massaro si è resa pressoché irreperibile insieme al figlio. Probabilmente (nostra ipotesi) aiutata dal circuito “antiviolenza” che la sostiene, è entrata nell’ombra sia nel mondo reale, sia sui social network, dove è sempre stata molto attiva, praticamente congelando il suo profilo ufficiale ma continuando a dilagare attraverso profili secondari.

Laura Massaro
Laura Massaro alla Camera dei Deputati. Sullo sfondo le On. Valeria Fedeli e Veronica Giannone.

Anche il Curatore è stato alienato.

Dalla sua irreperibilità, che molti hanno chiamato non senza ragione “latitanza”, non ha smesso di lanciare strali contro il sistema, le istituzioni, la magistratura, i consulenti e soprattutto l’ex marito, in questo ben sostenuta da paginette d’odio su Facebook gestite in genere da personaggetti meritevoli di uno o più TSO. Parallelamente s’è mossa anche la politica, come abbiamo raccontato in precedenza: il “caso Massaro” da tempo è infatti assurto a simbolo e strumento per alcune parlamentari schierate contro l’alienazione parentale, giudicata “pseudoscienza”, sebbene il provvedimento dello scorso 2 novembre, come i precedenti, non vaneggi minimamente di una inesistente sindrome, ma poggi anzi sulle solide fondamenta di reiterati comportamenti materni, riconosciuti inequivocabilmente dannosi per la prole. Dal lato politico, il contrasto all’alienazione è poi anche un passaggio per uno scopo più ambizioso: la demolizione della vigente legge di disciplina delle separazioni e affidi, la 54/2006. In quest’ottica, una sconfitta sul fronte Massaro è vista dalle fans siamotuttelaura, parlamentari e non, come una Caporetto pericolosissima, capace di innescare un effetto domino su tutta una serie di questioni-chiave afferenti all’ampio business dell’antiviolenza e alle clientele politiche che porta con sé. Ecco che allora durante l’estate, mentre incredibilmente nessuno si muove per individuare la Massaro e dare esecuzione al decreto di giugno, la senatrice Valente attua il suo ricatto politico, proponendo una riforma folle del codice civile che, di fatto, demolisce la Legge 54/2006. Alcuni interpretano l’azione come una sorta di ricatto, reso evidente da come la senatrice imposta i suoi emendamenti: il concetto chiave è “se insistete a distruggere il nostro totem-Massaro, io vi distruggo la vostra legge sulle separazioni”. Altri hanno letto tra le righe degli emendamenti un tentativo di modellare la riforma proprio sulle esigenze della Massaro: basta dichiararsi vittima di violenza e scatta in automatico l’impedimento al condiviso, con un’autostrada all’affido esclusivo aperta per la denunciante. Alla fine gli emendamenti Valente vengono incardinati e la Legge 56/2006 viene stravolta nei fatti. Questo è il prezzo che la senatrice Valente impone contro una magistratura che, miracolosamente, non si piega alle pressioni e rigetta il ricorso della Massaro, mentre altrove condanna Claudio Foti (il cui metodo è ideologicamente e politicamente connesso a tutta la partita Massaro). Con ciò la Legge 54/2006 ne esce devastata. Cosa grave, ma non troppo: verrà infatti il tempo, sarà inevitabile, del suo pieno ripristino.


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In ogni caso, si percepisce, nel testo dell’ordinanza pubblicata il 2 novembre dalla Corte d’Appello di Roma, che i magistrati non ne possono più di questa storia. Sono saturi, stanchi, stufi, arcistufi. Si capisce quando scrivono: «gli argomenti spesi dalla ricorrente [la Massaro] costituiscono argomenti già sviscerati e superati». Formule così si ripetono in tutto il dispositivo: «sulla scorta di plurime CTU», «come già accaduto all’esito del primo pronunciamento», e così via. I giudici lasciano trapelare la loro saturazione e il messaggio è chiaramente diretto alla ricorrente: “mettiti il cuore in pace e inizia a collaborare. In tanti, in troppi hanno analizzato la questione e, dopo anni di tira-e-molla concessi per indorarti la pillola e assecondarti inquantodonna e inquantomadre, sono tutti d’accordo che sei in torto e che non c’è altra soluzione”. Le evidenze ci sono tutte: Laura Massaro si scaglia in picchiata con la furia delle Erinni su chiunque cerchi una soluzione diversa dalla concessione per lei del monopolio assoluto sul figlio. Lo stesso Curatore speciale incaricato di occuparsi del minore e di mediare tra le parti, inizialmente contrario al collocamento presso il padre, finisce aggredito: «nonostante il buon rapporto inizialmente instaurato con il bambino, la sig.ra Massaro non aveva esitato ad intervenire su L. facendogli credere che il suo Curatore lo voleva strappare alla madre ed allontanarlo», scrivono i giudici nel dispositivo. Provata sulla sua stessa pelle la condotta alienante della Massaro, insomma, il Curatore finisce per cambiare idea e chiede anche lui il rigetto dell’istanza della Massaro, di cui a quel punto ha compreso l’influsso negativo sul minore.

Giuseppe Apadula e figlio
Giuseppe Apadula e il figlio L.

Il fallimento finale della strategia della Massaro.

Un influsso negativo che l’ordinanza del 2 novembre scorso declina senza giri di parole (corsivi nostri): «per la salute e lo sviluppo di L., appariva maggiormente a rischio il confinamento domestico inflittogli dalla madre piuttosto che l’istituzionalizzazione e la graduale ripresa dei  rapporti con il padre». Si sta parlando di un ragazzino, che dovrebbe vivere la sua età gioiosamente, “confinato in casa”, rapito e segregato dalla normale socializzazione, dall’istruzione e da ciò che servirebbe per la sua salute: «ancor oggi la sig.ra Massaro, dichiarata decaduta dalla responsabilità genitoriale, di fatto sta impedendo a L. di frequentare la scuola dell’obbligo oramai da quasi due mesi, tenendolo relegato in casa nel timore che il contestato provvedimento riceva esecuzione, omettendo di portarlo alle visite di controllo annuale presso l’ Ospedale Bambino Gesù». Il tutto per il puntiglio di non lasciare che il ragazzo ricostruisca il proprio rapporto con l’odiato ex compagno. È questa una “madre coraggio”? È questa la “violenza istituzionale” o il “femminicidio in vita” come lo chiama qualche invasata? O è forse la dimostrazione più chiara che i teoremi sottesi alla condotta della Massaro e del suo entourage, che hanno radice negli stessi teoremi alla base del “metodo Foti” per altro, sono infondati oltre che pericolosissimi per la salute di un minore? Il dispositivo che rigetta il ricorso della Massaro non ha dubbi: «l’impatto negativo sulla salute del minore è quello sotteso alle condotte oppositive ed alla pressione psicologica che continua ad esercitare la madre». Con ciò i giudici si allineano con quanto rilevato già in precedenza: «nelle suddette conformi pronunce di merito di primo e secondo grado si dà atto del grave danno cagionato dalla madre al sereno sviluppo psichico del figlio riguardo l’intenzionale ed ostinata mutilazione della figura paterna».

Questo capitolo della vicenda, sperando sia l’ultimo, apre numerosi interrogativi. Il primo è il più urgente: quando il giovane L. potrà ricominciare a vivere una vita normale in un contesto sereno? Auspichiamo il prima possibile. Ma perché ciò accada è necessaria una risposta rapida alla seconda domanda: cosa aspettano le autorità preposte a dare attuazione a decisioni prese ben cinque mesi fa e oggi confermate? Quali sono le remore, i lacci e lacciuoli che impediscono l’esecuzione di un decreto che ha riconosciuto oltre ogni ragionevole dubbio quale sia il percorso più sano per il giovane L.? Si ha paura della reazione delle amiche parlamentari della Massaro, del terrorismo femminista organizzato che la circonda, della stessa Massaro? Davvero lo Stato di Diritto in cui tutti presumiamo di vivere si ferma davanti a questo? La pseudolatitanza in atto da mesi dimostra che nessuno la abbia trovata per eseguire quanto disposto in diversi gradi di giudizio, ma davvero è stata cercata? Davvero nessuno sapeva dove nascondesse il figlio? Davvero i giornalisti che nel frattempo l’hanno intervistata hanno capacità investigative superiori alle FFOO? Altra domanda, a costo di essere petulanti: cosa serve ancora perché qualcuno intervenga a interrompere lo stillicidio diffamatorio della Massaro e delle sue fan idrofobe nei confronti di Giuseppe Apadula, uomo mai incriminato per nessun reato ma presentato a reti unificate come un violento e un abusante, e verso chiunque ne difenda la correttezza e l’onorabilità? C’è una gigantesca e maleodorante palude d’odio che sostiene tutta la strategia comunicativa della Massaro, basta farsi un giro sui social per rendersene conto. Essa risalta in modo speciale di fronte al pacato understatement di Giuseppe Apadula, il cui istinto paterno protettivo, paziente e amorevole è stato riconosciuto, nero su bianco, anche dai magistrati, dopo svariate prove e controprove. Un ulteriore interrogativo aleggia minaccioso, il più inquietante per chiunque si occupi di diritti dell’infanzia: il danno causato dal comportamento della madre, riconosciuta autrice di comportamenti ostativi ed escludenti, verrà assorbito nel tempo o lascerà segni indelebili nel figlio? Il recente rigetto del ricorso della Massaro sia dunque la parola fine scritta su questa vicenda, affinché il giovane L. abbia la possibilità di chiudere le ampie falle aperte finora sullo scafo della sua psiche, ma anche affinché si avvii un percorso di chiusura dei conti con quell’ampio mondo deviato che ha costruito il contesto d’inferno in cui quello scafo è stato costretto a rimanere immerso per anni.

Da ultimo sentiamo una necessità apparentemente contraddittoria: vogliamo spezzare una lancia in favore di Laura Massaro. A parere di chi scrive, una persona con delle difficoltà aveva bisogno di essere aiutata a comprendere il progressivo degenerare dei propri comportamenti illeciti. Invece è stata sostenuta nell’attuazione di scelte sempre più scellerate. Non ci riferiamo al sostegno urlante di scalmanate fans prive delle più elementari basi giuridiche, né alle  folcloristiche paginette social che si nutrono di vittimismo: le colpe maggiori le hanno le strutture organizzate antiviolenza, ma soprattutto le parlamentari che si sono esposte pubblicamente sposando la causa-Massaro, chi affiancandola nelle manifestazioni, chi tentando di entrare fisicamente nel processo, chi facendo comunicati a raffica, organizzando conferenze stampa, annunciando inchieste delle quali non si è mai saputo l’esito, facendo pressioni sui tribunali annunciando ispezioni, elaborando riforme legislative ad personam. Loro, più di chiunque altro, dovrebbero chiedere scusa a Laura Massaro.

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